Novembre 2007
Partenza giovedì 1° novembre, Roma, Aeroporto Leonardo da Vinci ore 05:30 a.m. – Sono arrivato da pochi minuti, il volo è alle 07:30 ma, il personale della EIS (il gruppo che organizza il viaggio) è già qui e finalmente ricevo il mio biglietto… e incontro per la prima volta i miei compagni di viaggio, circa 400 persone (solo in quel momento ho realizzato che era tutto vero… stavo partendo per New York, non per vacanze ma per la Maratona). Sull’aereo accanto a me si siede un uomo sui 50 anni, si chiama Lorenzo e dopo poco scopro che: è il suo primo viaggio in America, anche lui va a New York per la Maratona, corre da molti anni e fatalità …sarà il mio compagno di stanza a New York (coincidenze…)
Le ore passano velocemente e il viaggio in aereo “vola”. All’arrivo a NY, verso le 02:30 p.m., la prima bella notizia è il clima (8 gradi, poco vento e sole), speriamo che regga fino a domenica.
Con un pullman ci portano in albergo (l’hotel Edison) niente di che, ma praticamente a 100 metri da Time Square…
Il pomeriggio decido di disfare i bagli, di fare un giro di perlustrazione e di andare a cena con Lorenzo e altri ragazzi del gruppo. Alle 10:45 p.m. distrutti dal viaggio e dal fuso orario crolliamo nelle nostre camere.
Venerdì 2 novembre, New York ore 04:20 a.m. – Una armoniosa suoneria di cellulare mi risveglia da un sonno profondo (è la moglie di Lorenzo che dall’Italia ha fatto male i calcoli del fuso orario… maledizione!) così, aspettando che fuori faccia giorno provo a riprendere sonno, ma niente… non ci riesco…! Alle 07:30 io, Lorenzo, due ragazzi di Napoli e un toscano, dopo una “ricca” colazione da Starbucks, iniziamo un bel giro turistico: Groud Zero, Statua della Libertà, Little Italy, Wall Street, Soho… Nel tardo pomeriggio andiamo al Centro Maratone per ritirare il nostro “pacco gara” con il chip per la rilevazione dei passaggi cronometrici, il materiale illustrativo e una valanga di gadget. Ed ecco qui, infondo al pacco vedo finalmente sbucare il mio numero di pettorale, il 44.685. La sera troviamo un ristorantino vicino all’Albergo che dal nome evoca sapori nostrani…. “Zia Lella” e così da italiani medi decidiamo di entrare e ci abbuffiamo di pasta al pomodoro… alle 10:30 p.m. siamo già tutti a nanna.
Sabato 3 novembre, New York ore 07:20 a.m. – Il sabato è il giorno della crisi. Quando tutti i malanni, più presunti che veri, vengono fuori riempiendo di ansia lo stomaco e la testa, dalla quale in realtà partono perché sono la somatizzazione della paura di non farcela. Di non riuscire a tagliare quel traguardo…
Ho vissuto gli ultimi tre mesi prima della gara in una sorta di camera iperbarica mentale: guai se mi viene un raffreddore, figuriamoci la pubalgia, che potrebbe compromettere il sogno.
Queste ossessioni si moltiplicano all’ennesima potenza il giorno che precede la data fatidica.
La vigilia è anche il giorno in cui preso dal contesto in cui ti trovi ti lasci trasportare nello shopping più sfrenato. E lo shopping diventa una maledizione. Ogni blocco di Manhattan sembra lungo chilometri, lo stop and go per guardare le vetrine pesantissimo per i tuoi muscoli già appesantiti dalla paura, ogni sosta per cercare la magliettina di Aberkombie che in Italia non si trova o l’iPod che costa la metà quando sei in fila alla cassa ti fa sbuffare pensando che sono tutte energie che domani saranno vitali nei saliscendi finali di Central Park. E poi, c’è il problema della cena, perché tu devi mangiare solo pasta, al massimo una crostata… quindi niente ristorantino trendy di Soho.
E cosi, dopo un bel piatto di carboidrati, verso le 11:00 p.m. comincio a contare le pecore… per svenire poco dopo in un breve sonno profondo.
Domenica 4 novembre 2008 (D-DAY), New York ore 04:30 a.m. – Drin Drin Drin… La sveglia dell’Hotel è spietata! Non faccio in tempo ad aprire gli occhi che già mi sento nervoso… Con Lorenzo la sera prima abbiamo comprato in un supermercato gallette di riso e marmellata di albicocche, sarà la nostra colazione. Dobbiamo prepararci in poco tempo alle 05:30 a.m. parte il Pullman che ci porterà all’area di partenza, dietro il ponte intitolato a Giovanni da Verrazzano (uno dei primi esploratori italiani del Nord America). Durante lo spostamento cerco di rilassarmi con la musica del mio Ipod, ma tra la colonna sonora di Rocky e quella del Gladiatore mi agito peggio quindi cerco di distrarmi un po’ con i maratoneti più esperti che impartiscono gli ultimi consigli…
Ma i dubbi e le paure aumentano:
Ore 06:35 a.m. siamo appena arrivati alla zona di partenza. Il prato antistante la partenza è impressionante ci sono oltre 50.000 mila persone tra corridori, staff, giornalisti, dottori, volontari e forze dell’ordine. Adesso l’unica cosa da fare è cercare di stare tranquillo e di far passare il tempo… La partenza è tra 3 ore e mezza e aspettare il via con 3,5 gradi non è il massimo ma, tra un plumcake al cioccolato, la benedizione del sacerdote in una rapida messa all’aperto, gli ultimi consigli del dottore (“spalmati la vasellina anche sui polpacci… ti scalda…”) e un po’ di stretching è giunta l’ora di avvicinarsi al via.
Ore 10.10 a.m. Pronti? No! ho paura, ma tutte queste ansie spariscono improvvisamente al liberatorio colpo di cannone che ti mette una irrefrenabile voglia di correre veloce. Visto come partono quelli “veri”? Al bum azionano il cronometro e via a tutto gas. Ma tu non puoi. Perché sei soffocato da alcune decine di migliaia come te, che a stento riescono a camminare. Ma non dura tanto. Quanto cominci finalmente a correre ti senti da Dio, perfettamente padrone di te stesso, riesci perfino a goderti le mande musicali da sagra di paese che accompagnano la cavalcata lungo brooklyn, saluti la gente che ti applaude e non pensi più a niente. Solo a correre.
Finchè si arriva al Queensboro Bridge, il ponte di ferro che collega il Queens con Manhattan. E’ Lungo poco più di 1 miglio, comincia al 15° e finisce al 16°, siamo intorno al 25° chilometro. Lì si decidono spesso le maratone dei professionisti, lì cominciano le crisi psicofisiche degli amatori. Io ero in crisi già da tempo, quindi cercavo nella mia mente pensieri nuovi e stimoli… ma ad ogni passo la lucidità spariva sempre di più. Più che un ponte sembra un tunnel, e si bassa dal sole alla penombra. Per il cervello è sicuramente un tunel: non c’è il rumore della folla di spettatori, nessuno va a guardare la maratona sul Queensboro Bridge e nel silenzio assoluto i tuoi passi rimbombano nella testa e amplificano l’affaticamento dei muscoli.
E’ a questo punto che ho iniziato a smette di correre la maratona con le cambe e cominciato a correrla con il cuore. L’uscita dal ponte sulla First Avenue, la luce del giorno ritrovata, il ritrovato incitamento della gente danno un illusorio sollievo. Ma le endorfine euforizzanti della prima metà sono ormai finite e devi cominciare a ragionare, a domare i segnali negativi, addiritura di resa che ti manda il corpo. Intano pensi che non sei arrivato fin qui, al termine della First Avenue, oltre il fatidico 30° chilometro, per fermarti nel Bronx. Non perché il Bronx sia pericoloso nel giorno della maratona. Ma se uno deve proprio fermarsi lo fa prima, all’inizio della First, è più dignitoso per accampare una scusa a parenti e amici, anche più comodo per tornare in albergo…
E poi perché, pensi, oramai ci sei, il 35° è Harlem, poi cosa ci vuole per arrivare al traguardo… mancano 7 km… è come fare due giri dell’acquedotto romano, come 6 giri del foro italico di Palermo, come due volte avanti e indietro al mare da Giorgia a Santa Severa… insomma quei percorsi che hai fatto decine di volte negli ultimi 8 mesi! Frazioni i chilometri che restano, ti dai delle mete fittizie e passo dopo passo, crampo dopo crampo, entri in Central Park.
Mancano poco più di tre miglia all’arrivo, l’arco del tuo trionfo è dall’altra parte del parco, devi ancora ancora uscire su Central Park south, rientrare all’altezza di Columbus Circle e ci sei. Sei come ubriaco, i momenti di euforia e di pianto si alternano. E finalmente vedi il traguardo e prima di passarlo alzi le mani, come se tu fossi il primo. Vorresti baciare il terreno dopo la linea del finish, dove c’è il grande stemma blu della NYC Marathon. Non lo fai per pudore (e perché se ti inginocchi non ti rialzi più), ma è come se lo facessi. Molti sono arrivati prima di te, e molti arriveranno dopo di te. Ma quando ti mettono la medaglia al collo, è come se avessi corso da solo e tu fossi l’unico vincitore. New York è hai miei piedi e il sogno realizzato.
07/11 Roma, ITALIA – Eccomi, sono a casa e sono vivo. Ancora non ho ripreso a pieno il controllo del mio corpo ma, rispetto a lunedì mattina, sto decisamente meglio e soprattutto ho realizzato il mio sogno, sono riuscito a finire la Maratona di New York, tagliando il traguardo dei 42 KM e 195 metri di Central Park in 5 ore, 41 minuti e 33 secondi. Se volete , visitando il sito ufficiale della Maratona di New York e cercandomi per Nome e Cognome (Matteo Di Pasquale) o per numero di pettorale (44685) potete vedere tutti i dettagli dei miei passaggi ai vari rilevamenti cronometrici e il tempo ufficiale al traguardo. Ringrazio tutti per essermi stati vicini in questi mesi.